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  • Valentina Sarno

Breve storia di Akin e Precious*



Vorrei raccontarvi la storia di Akin*.


Questa foto risale a parecchi anni fa. Era a casa sua, in Nigeria, e faceva il sarto.

Un paio di mesi fa mi ha regalato due bellissime camicie fatte da lui, una per me e una per il mio socio.

La sua fidanzata Precious* mi ha mandato questa foto ridendo, dicendo: “Vedi com’era! Lì era giovane, non come adesso. Questa è la macchina da cucire che usava. Non so se sia la stessa che ci hanno offerto ora.”


Adesso Akin fa un lavoro che sarebbe pesante per chiunque. Ma per lui, sofferente di una condizione cronica che ogni due o tre anni gli causa ferite terribili alle gambe, è un calvario quotidiano. Un calvario che si eviterebbe continuando a fare un lavoro da seduto, come appunto quello che aveva, quello del sarto.

Noi abbiamo conosciuto Akin quando, come associazione, ci siamo operati a regolarizzare la situazione di Precious, sua fidanzata di vecchia data e rincontrata qualche anno fa in Italia.

Akin la dovette lasciare poiché il papà di lei gli disse: “Tu sei un invalido, non potrai mai dare un futuro a mia figlia, non ti concedo di sposarla.”

Akin dovette quindi lasciare la sua casa ed il suo paese, dove era emarginato a causa della malattia. Dovette anche lasciare indietro il suo amore Precious per cercare una possibilità in Italia: una cura, o almeno un lavoro, che gli permettesse di tornare a lei e costruire un futuro insieme.


La vita fu tanto crudele con Precious quanto con Akin. Ma anni dopo, grazie a Facebook, si poterono ritrovare. Lui viveva in Italia, lei in Francia. Akin era ora fiero di sé: con un lavoro, poteva chiedere a Precious di venire a lui.

Fu così, dopo il loro ricongiungimento ed il nostro incontro con lui, che un giorno Akin mi chiamò in lacrime. “Non ce la faccio, signora”. Mi disse. “Mi fa troppo male, non ce la faccio ad andare al lavoro, cosa posso fare?”

Non capendo bene gli chiesi: “Hai diritto alla malattia se stai male! Che cos’hai?”. Non riuscivo a capirlo bene, tra l’emozione e l’accento ancora poco familiare, e fu allora che mi mandò (scusandosi) le foto delle sue gambe.


Rimasi scioccata dalle piaghe che le ricoprivano, e gli dissi di andare subito al pronto soccorso. Come poteva sognare di camminare, di lavorare in quel modo!

Il resto è storia, una delle storie più appassionanti della nostra associazione, con protagonisti di buon cuore e altri un po’ meno, ma una storia che prima o poi racconterò per intero.


Akin oggi finalmente ha deciso, dopo mesi di sofferenze atroci, di stare a casa in malattia finché non sia almeno parzialmente guarito, come è suo diritto.

La gentile proprietaria del nostro ufficio ci ha detto che Akin avrebbe potuto utilizzare la macchina da cucire del suo defunto marito, che prima lavorava come sarto proprio nel nostro ufficio.


Akin e Precious non vogliono altro che continuare ad andare a messa tutte le domeniche, sposarsi e avere un figlio.

L’uomo non ha più lo sguardo fiero e forte che ha in questa foto. Ha uno sguardo segnato dal dolore e dalle delusioni. Ma almeno adesso ha negli occhi la speranza.




*Akin e Precious sono nomi inventati per proteggere le identità dei veri protagonisti. Per loro il nostro VicePresidente ha stipulato un progetto che si chiama “Hope”. Lo portiamo avanti anche grazie a volontari e amici, che cogliamo l’occasione di ringraziare nuovamente.



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